Sin da bambina mi sono sempre interessata alle persone che mi stavano accanto, diciamo con un’attenzione che mi veniva naturale e, se questo da un lato è un bene perché mi ha consentito di sviluppare quell’empatia necessaria per poter far bene oggi il mio lavoro, dall’altro pensare troppo al “prossimo” è un modo per venir meno agli impegni che invece siamo tenuti a prendere con noi stessi e ci fa perdere quella giusta distanza dalle cose e dai fatti che ci consente di non affogarci dentro.
Col tempo ho cercato di incanalare questa mia “preoccu-occupazione” e devo dire che grazie al “setting” e all’esperienza oggi le cose sono decisamente migliorate.
Ma si sa, alcune “fissazioni” o meglio dire “preoccupazioni” sono dure a morire.
Quindi mi viene automatico quando, ad esempio, vedo dei turisti in difficoltà aiutarli con mio inglese maccheronico oppure far attraversare una vecchietta sulle strisce (chissà se presto qualcuno lo farà anche per me?). Insomma, l’altro giorno, aprendo le finestre di casa dopo che era appena passata l’autospazzatrice stradale noto un sacchetto di plastica vicino ad una macchina, formato A4, penso subito a dei quaderni caduti a un bambino ma nel frattempo comincia a piovere e a tuonare di brutto e me ne dimentico.
Passano un paio di giorni e noto che il sacchetto è sempre sul posto, leggermente spostato verso l’interno e parecchio provato.
A quel punto cominciano a sorgere in me mille dubbi.
Perché i proprietari non sono tornati indietro per cercarlo? E se fossero, che so, referti o esami diagnostici costosi tipo TAC o RM sfuggiti a una persona anziana dopo mesi di trafile burocratiche per ottenerli? No, non posso indugiare oltre, devo proprio scendere a controllare.
Strano a dirsi ma a Roma piove ancora da giorni, quindi m’imbacucco e vado.
Controllo bene da vicino e mi accorgo che purtroppo il sacchetto di plastica non è altro che spazzatura: residui di cibo ben incartati che fanno capolino da un perfetto plateau di polistirolo bianco formato A4.
Che dire a riguardo?
Forse andrebbe fatta una riflessione su come il “ruminare” – ossia il pensare ininterrottamente – ci faccia vivere male o come l’ideale di perfezione (il mio ma forse anche il vostro) di voler essere sempre d’aiuto, a tutti i costi, ci faccia perdere quei momenti esclusivamente “nostri” nei quali focalizzare ogni attenzione sul proprio sentire, sulle proprie intime emozioni.

Questo non è il mio carattere, come dice lo scorpione pungendo la rana che sulla sua groppa gli sta facendo attraversare il fiume e, per quanto mi riguarda, anche quando non sono al meglio oppure ho davvero qualcosa di urgente da fare, una parte di me proverà sempre a indagare sull’animo umano, magari chiacchierando con l’amico, quello che pare il più intransigente di tutti e invece è il primo a farsi trasportare verso i problemi degli Altri.
Intanto, per assonanza, mi torna in mente l’episodio di Giovannino e Valeriana nel film “Viaggi di Nozze” (1995) di Carlo Verdone (un cult sull’argomento da vedere o rivedere) oppure, per riflettere, il libro “Farsi male” di Vittorio Lingiardi, ed. Einaudi che ho appena finito di leggere.
Come ti capisco!!!😂
Quando ci vedremo ti racconto che ho combinato io per eccesso di zelo…