Detesto la burocrazia. Un po’ come tutti direte voi, ebbene no, io forse la odio proprio e, facendo un corso in Antropologia Culturale e di Stato, forse comincio anche a comprenderne il perché.
L’Italia purtroppo è un Paese elefantiaco per quanto attiene la burocrazia, non snelliamo nulla, dai bolli ancora in buona parte cartacei alle file per richiedere e/o rinnovare qualsiasi documento sia che tu abbia prenotato un appuntamento online dopo ore di notte al pc per fissarlo, sia che tu voglia provare a contestare una multa o altro.
Bene, questo purtroppo è; ma torniamo a noi.
Dicevo detesto la burocrazia perché sin da bambina me ne sono sempre occupata ero, come dire, il “Commercialista” della mia famiglia.
Ricordo che prendevo un tram che faceva il giro di Roma e andavo a pagare cartelle esattoriali della mia famiglia al Celio, un luogo ameno e magico a ridosso del Colosseo.
All’epoca non ne percepivo l’importanza e non avevo nemmeno paura dei borseggiatori: chi poteva pensare che una bambina di 11/12 anni potesse avere contanti in borsetta?
Oggi almeno quel mondo non esiste più e forse menomale (anche se continuiamo a tirar su ragazzi e ragazze sempre meno indipendenti e autonomi ma questa è un’altra storia) ma certo è che è sempre parecchio farraginoso rinnovare un documento ‘identità.
Perciò oggi mi reco nel Municipio dove ho un appuntamento, munita di pazienza, di un libro e cuffiette per ascoltare qualche podcast.
Sono tutti ingrugniti: ci sono numeri distribuiti con l’eliminacode e chi ha l’appuntamento in teoria dovrebbe avere la priorità. Il commesso che sta al pubblico è arcigno, abbastanza stanco di questo lavoro ripetitivo e per nulla gratificante ma, oserei dire, efficiente.
Mentre penso che sarà una mattinata d’attesa vedo uscire da una porta una giovane donna, extracomunitaria. Ha la pelle ambrata e sfodera un sorriso da copertina che mi annienta.
Sorride, saluta e ringrazia. Ringrazia persino il commesso burbero che ovviamente nemmeno risponde e a me torna alla mente un vecchio film in bianco e nero sulla schiavitù nelle piantagioni americane credo (purtroppo non ricordo il titolo), dove una giovane raccoglitrice di cotone guarda un foglio che le dà il suo “padrone” e gli chiede qual è la parola “Libertà” scritta su; lui indica una parola e lei risponde secca “non sono libera perché anche se non so leggere la parola libertà la riconosco benissimo e non è questa. La conosco perché uno degli schiavi aveva un lasciapassare che contemplava la parola “libertà” e noi che non avevamo quel lasciapassare la guardavamo ammirati. E qui su questo foglio questa parola non c’è scritta!”.
Ebbene sì, il sorriso che aveva stampato sul viso la giovane donna nel ritirare il suo documento sovraintendeva sicuramente la parola: “Libertà”.
Per noi cittadini italiani è soltanto burocrazia, un mero pezzo di carta ma per tanti la conquista della cittadinanza o del permesso di soggiorno è il riconoscimento di un percorso fatto di sacrifici e rinunce. Spesso è la promessa di una nuova vita, magari con lavoro regolare e contratto di affitto. Libertà e dignità.
Dovrò tornare nuovamente tra circa 10 giorni in Municipio per ritirare il mio documento, questa è a tutt’oggi una stortura del mio Paese.
Poco male, vivo comunque in un Paese ancora libero.
Film per rifletterci su: “Le vite degli altri” (2006) diretto da Florian Henckel von Donnersmarck