Questa mia riflessione dovrebbe essere pubblicata ridosso del Natale e chi mi conosce sa bene quanto a me il Natale non piaccia, per una serie di motivi che non sto qui a elencare.
Per fare una battuta, quando inizia a sentirsi il profumo di Natale nell’aria, io indosso una maschera antigas e comincio ad avere le paturnie.
Ci provo e ci riprovo ma ogni anno che passa il mio umore non migliora, anzi, peggiora e, quasi in apnea, auspico che finisca al più presto.
Comunque, a differenza del passato, di questi tempi tra guerre infinite, arroganza dei potenti, dei multimiliardari che decidono del nostro futuro, comincio a pensare diessere in buona compagnia.
Cosa ci sarà mai da festeggiare?
Il consumismo sfrenato, quello dei cine-panettoni degli anni ’80 che parecchi provavano a scimmiottare, ormai è solo per pochi eletti; molte famiglie non arrivano a fine mese e fanno salti mortali per risparmiare i soldi per i regali e festeggiare dignitosamente, mentre a gennaio i chili sulla bilancia gentilmente offerti da panettoni e leccornie a basso costo saranno quelli che ci resteranno addosso come il grasso di balena per gli Inuit.
Insomma, ormai mi sono palesemente dichiarata: io sono una sorta di Grinch che resiste alla mercificazione della gioia a basso costo.
Perché? Perché mi difendo, ho il sacrosanto diritto di proteggermi! Sono umana, non sono un Robot!
Così, rovistando tra i ricordi (cosa che mi riesce meglio), mi torna in mente un aneddoto di parecchi anni fa quando anch’io, sicuramente più di adesso, ce la mettevo tutta affinché le festività scorressero lisce e spensierate.

Ricordo che avevo speso una fortuna per una ghirlanda di Natale, una ghirlanda stile inglese, molto chic; nel comprarla mi dissi che, seppur costasse un capitale, l’avrei senz’altro ammortizzata negli anni a venire, tanto più che abitavo in un palazzo abbastanza signorile e non mi posi nessun problema nel posizionarla fuori la porta di casa. Invece, come già avrete intuito, un paio d’anni dopo me la rubarono e per me fu un’onta gravissima, come un affronto da duello, ma ovviamente non venni mai a scoprire l’autore.
Ho cambiato casa ma ogni anno quando tiro fuori la scatola del Natale quell’episodio mi torna alla mente e ancora brucia, vai a sapere poi perché proprio quello? Chissà, forse ci vedo dentro tutta la vulnerabilità di chi è indifeso (certo non io!), un po’ come quando spogliano un poveretto che dorme su una panchina o un vecchietto che si fida di chi gli porta le buste della spesa a casa e gliela svuota. Certo ovviamente so bene che gli esempi che ho portato sono diversi e di gran lunga più gravi ma associo quel banale furto all’impunità di chi compie questi atti, solamente per il gusto di farlo, perché non è empatico, perché sa che resterà impunito ma proprio per questo li trovo più gravi. In breve, ogni anno, quando metto qualcosa fuori la porta di casa per le festività Natalizie, sto ben attenta (è divenuta quasi una sfida la mia) a usare materiale di riciclo.

Sì, avete capito bene, il mio addobbo di oggi è formato da nastrini usati, fiori di plastica o secchi che un tempo adornavano cesti alimentari, pacchetti regalo e tutto quello che di bello e colorato riesco a riutilizzare e, ogni anno, aggiungo qualcosa.
Perché vi racconto questo?
Qui parlo di una piccola cosa (il furto di un addobbo di Natale) ma cerco di trovare con voi un metodo valido per affrontare sofferenze e prevaricazioni ben più pesanti.
Una sorta di modalità per “curare” le ferite.
Le antiche ferite che, chi più o chi meno, tutti abbiamo e io credo che si possano curare col fare, con l’averne cura e col rispetto di noi stessi e delle nostre “cose”.
Che so per qualcuno potrebbe essere tenere un bel diario così da “riscrivere” la propria storia, oppure cucinare con amore, ricamare o rammendare con cura, fare bricolage o collezionare calamite rare, insomma va bene tutto: basta fare.
I nostri ricordi sono incisi nella memoria, anche se spesso tendiamo a rimuoverli perché, si sa, la memoria è ricostruttiva e quindi inevitabilmente parziale, un po’come le cicatrici lo sono sulla nostra pelle ma, come le cicatrici che hanno bisogno di creme e unguenti per guarire, così le nostre “cicatrici” dell’anima hanno bisogno di essere rielaborate, prima di farle sprofondare nell’oblio (invece noi spesso facciamo all’incontrario). Alla fine cosa c’è di meglio dell’inventarci qualcosa di nuovo?
Ad esempio io, quest’anno ho messo in ordine vecchie foto e ne ho regalate alcune a amici e parenti ma, soprattutto con mia somma soddisfazione, ho aggiunto dei nuovinastrini alla mia “ghirlanda della burla”.
Mi diverte un mondo farlo: c’è chi a Natale aspetta la neve, invece io aspetto che me la rubino.
Film associato da vedere durante le festività
Babbo Bastardo, 2003, con un irriverente e irresistibile Billy Bob Thornton
PODCAST
Ascolta il podcast Racconti sotto la pelle
Ciao Anna Rita,
come sempre hai raccontato con molta semplicità e scioltezza il fatterello dell’addobbo natalizio sulla porta, che mi ha fatto molto divertire e nello stesso momento pensare.
Mi è piaciuta molto la contromossa di usare materiali riciclati e quant’altro, come a dire ” mo’ pigliatevi pure questi imbecilli”
Hai illustrato molto bene tutta la storia in maniera veloce e scorrevole, che sono arrivato in fondo senza nemmeno accorgermene.
Brava mi sei piaciuta molto.
Colgo l’occasione per augurarti buone feste a te e Roberto 👋👋
P. S.
Anche a me le feste natalizie danno molta tristezza e fastidi vari(pesantezza fisica e mentale)
Grazie Gianni sempre il primo a stimolarmi.
Auguri di buone festività a te ❤️