Spesso al mattino prendo la metro e la fermata è poco distante da un liceo statale, all’orario di punta e, sebbene ci sia un lato per scendere e uno per salire, i ragazzi salgono tutti e due i lati: ormai lo so e io mi faccio da parte ma non posso non notarli.

Sono tutti, ma proprio tutti, immersi dentro ai loro cellulari un po’ come in quel famoso cartoon “Mobile word” di  Steve Cutt dove l’unico a guardare questo mondo parallelo e iperindividualistico è un bambino.

Non sono minimamente attenti. Ma che dico? Se ci fosse un attentato non se ne accorgerebbero neppure! Non voglio esprimere alcun giudizio di valore ma è innegabile che questo modo di vivere faccia loro perdere “la connessione” con il mondo che li circonda.

Il sole che comincia a far capolino tra i tetti i Roma, una Roma che non sì è ancora risvegliata del tutto, le persone che in macchina già sbraitano per il traffico e tu le guardi e sorridi dicendoti che fai bene ad andare in metro, l’odore della pizza o dei cornetti appena sfornati e via dicendo…

Parlare col vicino in bus o al bar di questi tempi è diventato impossibile, un divieto da rispettare nel modo più assoluto anche perché hai la consapevolezza di disturbare sempre.

Così, leggendo di quel recente studio, dove si sostiene che dal 2005 al 2019 abbiamo pronunciato ogni anno 338 parole in meno, mi sono tornati alla mente i miei tempi lontani, dove chiacchierare col vicino era buona educazione.

Chiacchierare non è proprio il termine esatto, dovrei usare il termine “conversare” perché alla fin fine non si diceva nulla, non raccontavi cose personali o comunicavi l’indirizzo di casa, si parlava del più o del meno, evitando (come raccomandava Guccini nella “Canzone della vita quotidiana”) “le usate confidenze di malattie e di sesso”.

Sotto il sole della leggerezza si conversava del tempo, degli odori, dei colori della città o giù di lì. Perché il sorriso che scandiva le frasi, l’atteggiamento empatico, un franco “buongiorno!” era più importante di quello che si diceva.

Conversare piacevolmente, anche per pochi minuti, era e resta un potente antistress perché noi esseri umani siamo soprattutto esseri sociali e dovremmo provare a riconquistare quel senso di comunità che purtroppo è venuto meno da quando giriamo tutti come zombie assorbiti da un piccolo schermo.

Sono sicura che meno connessioni interpersonali ci sono e più aumenta il rischio di restare isolati e, fallo oggi e fallo domani, alla fine rimarrà un’altra brutta abitudine acquisita che ci avvelenerà l’anima.

Molte persone, poi, sono abbagliate da un concetto assurdo di amicizia. Considerano come amici quegli sconosciuti che sono tali soltanto per l’algoritmo e gli improbabili follower di alcuni social.

Mi ricordo ancora il grido di dolore del protagonista (un politico bruscamente caduto in disgrazia) del film del 2011 “Il Ministro – L’esercizio del potere” che si accorgeva di avere sul telefonino “5000 contatti e nemmeno un amico” con cui condividere il suo dolore.

Non dico che dobbiamo fermare le persone per strada o disturbarle mentre trafelati corrono al lavoro, però sarebbe bello provare a fermarsi un attimo,  osservare l’altro, e che so, magari fantasticare della sua “triste” o al contrario “meravigliosa” vita e crearne spunti per la nostra.

Purtroppo precipitati come siamo in questo vortice fasullo non abbiamo né voglia né tempo per ascoltare nessuno (forse nemmeno noi stessi e neanche i segnali che il nostro corpo ci manda) e non ci rendiamo nemmeno conto di quanto stiamo perdendo. Oggigiorno è tutto un’iper-connessione, App per prenotare ristoranti, per pagare, per qualsivoglia desiderio e purtroppo per molti lo Smartphone è considerato più di un partner, una sorta di scudo che ci consente di organizzare la nostra vita senza dover parlare con nessuno.

Forse sto invecchiando davvero perché ho nostalgia di quando le amiche di mia madre conversavano del più e del meno senza raccontare nulla. Una volta le ho sentite parlare per ore del “Linguaggio dei Fiori” e ho ritrovato un vecchio libriccino addirittura di mia nonna sull’argomento. Ma oggi chi perderebbe mai un decimo di secondo su questo argomento?

A voi i commenti.

Intanto mi sono ricordata di quella deliziosa commedia romantica del 1999 “Notting Hill” dove un imbranato Hugh Grant davanti alla grandiosa Julia Roberts per togliersi dall’impaccio non trova di meglio che provare a conversare di cavalli e segugi.

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